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Come si è evoluto il fenomeno della migrazione interna in Europa

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Dal dopoguerra a oggi, le migrazioni interne all’Europa si sono sviluppate con ritmi e caratteristiche diverse nei vari decenni, a seconda dei differenti scenari che venivano delineandosi sia dal punto di vista demografico-economico, sia da quello delle politiche adottate dai principali paesi di destinazione di questi flussi.

 

Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, si ebbe in tutt’Europa una forte ripresa delle nascite ed una consistente ripresa dei flussi migratori, sia interni che internazionali.

Fino agli anni settanta, vi furono in molti paesi europei una serie di politiche tese a facilitare o a incoraggiare l’immigrazione di forza lavoro su larga scala. I vari paesi europei di accoglienza furono spinti da motivazioni simili ad aprire le porte all’immigrazione, anche se ogni stato perseguì delle politiche particolari. La necessità comune ai vari paesi era di disporre di una domanda di manodopera consistente, inizialmente tesa a ovviare alle carenze di forza lavoro interna per attuare la ripresa economica; in seguito, questa necessità venne legata alle carenze settoriali di forza lavoro causate dalla rapida crescita economica.

 

I grandi flussi migratori europei di questo periodo ebbero come paesi di partenza l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Turchia, la Jugoslavia e tutti i paesi del Maghreb e come paesi di destinazione la Francia, la Germania, il Benelux, la Svizzera e il Regno Unito,

 

Queste migrazioni furono caratterizzate da una forte componente maschile, in particolare per le classi di età lavorativa, e presentarono elevati tassi di turn over. La politica dei governi tendeva, infatti, a sfruttare al massimo questa manodopera a basso costo scoraggiando l’integrazione e la permanenza a lungo termine dei migranti, attraverso politiche restrittive riguardo ai ricongiungimenti familiari.

 

I fenomeni migratori in Europa hanno subito dei cambiamenti fondamentali a partire dalla fine del 1973. La conseguenza più importante consistette nella riduzione dell’emigrazione, almeno quella di tipo tradizionale, e nell’inversione di tendenza del fenomeno dei rimpatri rispetto agli espatri. Il conseguente saldo, indicato come positivo, comportò dei non lievi squilibri nelle regioni di origine dei flussi migratori, e questo sia per il problema di un incremento assoluto dell’area della disoccupazione, della sottoccupazione e della marginalità di individui rispetto al mercato del lavoro, sia, soprattutto, perché questa inversione di tendenza nei movimenti migratori si era prodotta con particolare accentuazione nell’area dell’emigrazione non qualificata.

 

Un nuovo contingente di disoccupazione non qualificata andava, pertanto, ad aggiungersi, aggravandola, alla situazione in cui disoccupati e sottoccupati già premevano sul mercato del lavoro nelle regioni di origine. In compenso, l’emigrazione all’epoca sussistente diventava a carattere prevalentemente specializzato, non di rado al seguito di grandi imprese e verso nuove destinazioni produttive.

 

Gli anni Settanta, oltre a modificare drasticamente la struttura delle economie dei paesi di ricezione, creando degli indubbi problemi connessi all’accoglimento degli immigrati, favorirono anche un progressivo abbandono in Europa della netta suddivisione fra paesi di emigrazione e paesi di immigrazione. In realtà, questa suddivisione era iniziata a venir meno già a partire dagli anni sessanta, in corrispondenza del boom economico raggiunto da alcuni paesi precedentemente poco sviluppati.

 

A partire dalla fine del 1973 fino all’inizio degli anni Ottanta, si è assistito in Europa al sovvertimento degli schemi migratori classici. Nelle regioni di destinazione, le politiche di veloce sostituzione dei lavoratori migranti, che avevano caratterizzato gli anni precedenti, venivano rapidamente sostituite con nuove politiche di integrazione di contingenti più selezionati e più qualificati di lavoratori migranti con le proprie famiglie. Questo ha ovviamente favorito, su basi più ridotte, il conseguimento di importanti progressi nelle condizioni civili e sociali dei lavoratori migranti e delle loro famiglie; ciò è avvenuto naturalmente a danno dei migranti non ritenuti necessari o spinti al rimpatrio, e con restrizioni ai ricongiungimenti familiari di questo tipo di immigrazione non desiderata.

 

Negli anni Ottanta l’Europa meridionale divenne un polo di attrazione “obbligato” sia per i paesi della riva Sud del Mediterraneo che per quelli dell’Est, il cui flusso, peraltro, si muoverà in maniera molto più sostenuta soltanto nel decennio successivo, a seguito del crollo dell’impero sovietico. Accanto alla Francia, tradizionale meta delle migrazioni internazionali dal secondo dopoguerra in poi, si istituirono nuovi paesi di accoglienza in quest’area: l’Italia, il cui cambiamento si era già avviato nel corso degli anni Settanta, la Spagna, la Grecia e, seppure in maniera più ridotta, il Portogallo.

 

In Portogallo e soprattutto in Spagna, in realtà, l’emigrazione non scomparse, ma si attenuò notevolmente, a seguito del completamento del processo industriale avviato massicciamente dopo l’abbandono delle dittature militari negli anni Settanta. Proprio questo progressivo arricchimento dei due paesi favorì lo sviluppo delle correnti immigratorie, provenienti da aree molto variegate.

Se gli anni Settanta furono caratterizzati da un’evidente inversione di tendenza riguardo all’adozione delle politiche di immigrazione nei principali paesi europei di accoglienza, gli anni Ottanta, con il superamento della crisi economica, avrebbero dovuto consentire un ritorno alle origini, con la conseguente rifioritura di strategie molto più aperte di fronte al fenomeno, il quale doveva essere trattato in maniera legislativamente più armonica e omogenea soprattutto nei vari paesi comunitari, anche in virtù del progressivo allargamento della Cee.

 

In effetti, queste nuove politiche migratorie, fondamentalmente ispirate dai buoni propositi espressi in materia con le Raccomandazioni sulle migrazioni internazionali alla Conferenza Internazionale sulla Popolazione Mondiale di Città del Messico nel 1984, non furono paragonabili a quelle del decennio precedente, sia per il mutato quadro economico internazionale, sia perché in Europa stava maturando la convinzione che un problema così diffuso a livello globale come era il fenomeno migratorio non potesse che essere risolto attraverso accorgimenti da adottare in comune.

 

Le politiche migratorie generalmente seguite negli anni Ottanta, pur essendo meno restrittive rispetto a quelle degli anni Settanta, prevedevano spesso ancora dei vincoli piuttosto stringenti, a dimostrazione di una ancora incerta pianificazione in materia, originata dai timori, peraltro ingiustificati, che una ulteriore ondata migratoria potesse aggravare le conseguenze di una eventuale nuova crisi economica.

Nel corso degli anni Ottanta, l’attenzione si è spostata sull’integrazione, che si concreta sostanzialmente, ma sempre con restrizioni, sul piano dell’insediamento, dell’abitazione, del ricongiungimento familiare, dei programmi scolastici, dell’accesso all’assistenza pubblica e in alcuni casi sperimentali perfino del voto amministrativo. Conseguentemente, il piano normativo cresce di natura e di qualità: sono ora leggi o atti politici nazionali a sancire le disposizioni che riguardano i lavoratori migranti e le loro famiglie, e accordi internazionali restrittivi a regolarne i movimenti. Sul piano delle fonti, la tradizionale, seppur incerta, attenzione ai flussi migratori ha fatto tenere a lungo in secondo piano l’osservazione della struttura e dei caratteri delle collettività di migranti, che solo oggi vengono studiate con più attenzione come vere e proprie popolazioni nell’ambito di una politica delle comunità.

 

Alla fine degli anni Ottanta e nel corso degli anni Novanta si sviluppano nuovi fenomeni migratori, tra cui i movimenti migratori che coinvolgevano i paesi dell’Europa centrale e orientale, che prima dei mutamenti politici avvenuti tra il 1989 e il 1991, essi erano considerati come trascurabili.

Dopo la caduta del muro, la ritrovata libertà di movimento da parte dei cittadini dell’Est fece temere un esodo incontrollato e senza precedenti verso Ovest. Al contrario, non soltanto gli spostamenti di massa che si temevano dall’Europa centro-orientale, non si sono verificati, ma nel corso degli anni Novanta si è assistito all’inclusione delle nuove democrazie all’interno di una regione paneuropea di immigrazione.

L’Europa dell’Est è divenuta allo stesso tempo area di attrazione di flussi migratori. La cosiddetta migrazione di transito è stata la manifestazione principale di questo fenomeno, ma all’Est si è anche manifestata una migrazione di provenienza dall’Ovest, soprattutto da parte di persone altamente qualificate, e una migrazione di tipo etnico e vi è stato una crescente pressione di persone in cerca di asilo politico.

 

Per quanto riguarda la migrazione Est-Ovest occorre sottolineare che i nuovi flussi hanno seguito le tendenze migratorie già osservate in passato e che la Germania rimane il principale paese di ricezione per i migranti provenienti dall’Europa centro-orientale.

 

La natura e la grandezza dei movimenti Est-Ovest avvenuti dopo il 1989 si spiega con l’esistenza di comunità precedentemente costituite all’estero e con i flussi di lavoratori stagionali e che vivono al confine. Questi flussi corrispondono in gran parte a un processo di integrazione regionale limitato alle zone di confine entro il sistema di accordi bilaterali (ad esempio l’accordo tra Germania e Repubblica Ceca o tra Germania e Polonia). Inoltre, mentre l’emigrazione di tipo permanente verso Ovest sta diminuendo, si sta sviluppando sempre più un’emigrazione di lavoratori di tipo temporaneo sia da Est a Ovest, che all’interno dell’Europa centro-orientale.

 

L’Europa dell’Est è stata definita dai demografi come un “nuovo polo di attrazione” o come un “nuovo spazio migratorio”. Questo ha portato a un nuovo tipo di regime migratorio tra i paesi dell’Est, poiché alcuni paesi, in particolare la Repubblica Ceca e l’Ungheria, sono divenuti attraenti e accessibili per gli altri, sia come paesi di destinazione che di passaggio.

 

Tra questi nuovi fenomeni vi è in primo luogo una grande intensificazione dei flussi interni alla regione: si possono citare ad esempio, per la loro importanza in termini numerici, i movimenti di riassestamento verificatesi tra il 1991 e il 1997 nei territori dell’ex Unione Sovietica e che hanno coinvolto circa dieci milioni di persone. Sulla base dei dati disponibili concernenti il numero di stranieri presenti in Europa centro-orientale, sembra che siano la Repubblica Ceca e l’Ungheria a ospitare il maggior numero di stranieri in possesso di un permesso di soggiorno di lunga durata.

 

Un altro tipo di fenomeno migratorio è quello rappresentato da un costante flusso di rifugiati o di persone in cerca di una protezione temporanea.

 

Fattori geopolitici, in particolare le guerre e i conflitti etnici, hanno generato questo tipo di flussi migratori. Infatti, sebbene la maggior parte di rifugiati, per esempio dell’ex Jugoslavia, si siano diretti a Ovest, anche alcuni paesi dell’Est hanno accolto un gran numero di rifugiati.

 

Un tipo di nuova migrazione è senza dubbio rappresentato dai flussi di persone provenienti dal di fuori della regione, flussi che stanno trasformando l’Europa dell’Est in una zona di ricezione dell’immigrazione. In alcuni stati vi sono già delle comunità molto numerose di stranieri, come la comunità cinese in Ungheria, le comunità cinesi e vietnamite nella Repubblica Ceca e la comunità armena in Polonia.

 

Per quanto concerne la cooperazione tra i paesi dell’Est e l’Unione, nel 1991 vennero firmati – inizialmente da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, e successivamente da Romania, Bulgaria, Repubbliche Baltiche e Slovenia – una serie di accordi noti come “Accordi europei”. Gli Accordi europei stabilirono una serie di accordi bilaterali tra l’Unione e i singoli stati dell’Est, che riguardavano al tempo stesso sfere intergovernative e comunitarie, tra cui il dialogo politico, il movimento di persone e beni, la cooperazione economica, finanziaria e culturale, e che possono essere considerati come parte di una strategia di pre-ingresso nell’Unione.

 

La popolazione europea viene oggi considerata quella meno dinamica del mondo, in considerazione della bassa fecondità, dell’incremento demografico nullo se non negativo, del forte invecchiamento, in breve della quasi stazionarietà. Eppure, nell’ultimo decennio, la dinamica di questa popolazione può essere considerata straordinaria se accentuiamo maggiormente il carattere “europeo”. Ancora, contrariamente alle apparenze, è fortemente aumentata la mobilità interna e diminuita la migrazione internazionale: la mobilità per studio e per lavoro, ancorché poco visibile attraverso i media, è diventata infatti un fattore dominante.

 

La nuova popolazione europea che si va delineando dopo i rivolgimenti politici nell’est europeo sembra molto diversa dalla sommatoria delle precedenti popolazioni nazionali; si pensi ai modelli familiari, passati da un sistema matrimoniale tradizionale ai diversi e molteplici modi di costituzione, ricostituzione, scioglimento e organizzazione delle diverse generazioni nella famiglia, ai regimi di fecondità ormai uniformati al di sotto del livello di sostituzione delle generazioni, alla acquisita considerazione di mobilità interna e di popolazioni integrate per gli italiani, spagnoli, portoghesi, greci e altri presenti in Francia, Germania, Benelux e Regno Unito.

 

Fonte: Agenzia Fides

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1 commento

  1. RR scrive:

    vi lascio questo link sulle migrazioni sinti e romanì (rom) in spagna e in italia, che mi pare vicino ai vostri temi: http://roundrobineditrice.wordpress.com/2008/11/05/un-confronto-tra-spagna-e-italia-nei-rapporti-fra-la-popolazione-gage-payos-e-le-minoranze-rom-e-sinti/

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