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Probabile nuova tragedia nel Canale di Sicilia. Un barcone con 300 persone in avaria per giorni. I superstiti parlano di decine di morti ma la Guardia costiera non conferma.

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Probabile nuova tragedia del mare nel canale di Sicilia e, ancora una volta, polemica sui mancati soccorsi che investe la Nato a pochi giorni dall’ordine del giorno approvato in Senato che chiede al Governo un impegno per il maggior coinvolgimento dell’Alleanza atlantica nelle operazioni di soccorso.
Se le dimensioni del disastro potrebbero essere drammatiche, con i superstiti che parlano di decine di vittime, mentre la Guardia costiera conferma solo un cadavere, la mancata collaborazione delle navi dell’Alleanza atlantica ha già fatto intraprendere alla Farnesina una comunicazione ufficiale a Bruxelles.
La vicenda, di cui si è avuta notizia intorno alle 19.00 di ieri, è iniziata nel primo mattino quando un mercantile cipriota ha lanciato l’allarme alla sala operativa della Guardia costiera di Pantelleria per un barcone in avaria con uomini in mare, complessivamente circa 300 persone, a 90 miglia da Lampedusa in acque libiche. I soccorsi – 4 motovedette – sono partiti subito ed hanno raggiunto in naufraghi a metà pomeriggio.
Le prime testimonianze della vicenda sono giunte a Lampedusa dai racconti fatti da cinque donne, tre delle quali marocchine, arrivate in elicottero con forti sintomi di disidratazione, mentre l’attracco delle motovedette era atteso in nottata. Quasi subito dopo la partenza, come raccontano le donne ricoverate al poliambulatorio dell’isola, il motore è andato in avaria. Così per giorni e giorni la barca sarebbe stata in balia delle onde in acque libiche.
Sono state le stesse profughe a parlare ai sanitari delle decine di morti che ci sarebbero stati a bordo e gettati in acqua perché morti di fame e stenti. Una versione non confermata dal tenente di vascello Antonio Morana, comandante della Capitaneria di porto di Lampedusa, che ha coordinato i soccorsi. Morana ha spiegato ai giornalisti che “sul barcone abbiamo trovato un solo cadavere che abbiamo trasbordato su una delle nostre motovedette, mentre in mare non abbiamo, invece, notato corpi galleggianti, ma solo degli indumenti appartenuti ai profughi”.
Secondo “fonti qualificate” riportate dall’Ansa, prima di inviare le motovedette della Guardia costiera da Lampedusa in acque libiche, l’Italia avrebbe chiesto ad un’unità della Nato che si trovava in zona di soccorrere il barcone con circa 300 persone alla deriva, non ricevendo però risposte positive.
A questo proposito, il ministro Roberto Maroni avrebbe telefonato ai colleghi della Difesa Ignazio La Russa e degli Esteri Franco Frattini chiedendo loro di sollecitare un intervento presso la Nato.
La vicenda, se verificata, getta di nuovo una pessima luce sulle unità militari in materia di soccorsi, dopo le polemiche del maggio scorso quando una denuncia simile venne riportata dal quotidiano londinese Guardian.
Nella tarda serata di ieri, fonti del Ministero degli esteri, informavano anche che la Farnesina “sta verificando con la Nato a Bruxelles la notizia che un’unità militare dell’Alleanza atlantica non avrebbe soccorso nel Mediterraneo un barcone di circa 20 metri, proveniente dalla Libia con oltre trecento persone a bordo”.
Proprio sul ruolo della Nato ricordiamo che, due giorni fa, durante il voto per la conversione del “decreto espulsioni”, il Senato ha approvato un ordine del giorno che impegna il Governo “ad esigere in tutte le competenti sedi internazionali, a partire dal Consiglio dell’Atlantico del Nord, che alle forze aeronavali attualmente impegnate nell’operazione Unified Protector, avviata in nome dell’esigenza di proteggere le popolazioni civili dalla violenza, siano assegnati compiti anche nel campo della prevenzione dei flussi migratori non controllati diretti dal Maghreb verso l’Europa, che potrebbero nascondere infiltrazioni di organizzazioni criminali e traffici di esseri umani, ed in quello della prestazione dei necessari soccorsi ai natanti che risultassero in difficoltà”.


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